Luogo non luogo per lasciare impressioni, pensieri, emozioni.Per scambiare progetti, opinioni, sogni. Per immaginare quel mondo fantastico che ognuno si porta nel cuore.Talesa è un libro, ma anche un modo come un altro per farmi conoscere non solo come scrittrice, esordiente e ancora non conosciuta, ma anche come persona. Benvenuti a tutti quelli che passeranno di qui!!!
La luce tiepida di un’alba estiva filtrò dalle leggere tende di cotone, una brezza delicata attraversò la camera fino al mio letto, come il sospiro di una presenza magica che mi invitava a destarmi.
Non resistetti al richiamo.
Ancora in bilico fra sonno e veglia, la testa confusa e persa in ricordi che non sapevo se appartenevano ai sogni o alla mia vita, socchiusi gli occhi.
Il chiarore, seppur debole, mi ferì. Un nodo allo stomaco, appena avvertito, mi trattenne dallo svegliarmi del tutto, come se quel chiarore, e l’arrivo di un nuovo giorno, fossero per me una minaccia.
Richiusi di nuovo gli occhi, e mi stirai voluttuosamente. Il lenzuolo di seta mi copriva fino alle spalle, mi piaceva la sua carezza sulla pelle nuda. Sentivo i miei lunghi capelli arruffati, sparsi sul cuscino. Non osai infilarci le mani. I nodi mi facevano letteralmente impazzire. Ma mi ricordavano sempre le mani ardenti degli uomini che li accarezzavano.
Raccontavano sempre belle storie, i miei capelli. Per lo più. Infinitamente lunghi, eroticamente color del miele, erano la prima cosa che gli uomini notavano di me. In genere li raccoglievo in una treccia morbida. In pubblico non li mostravo mai sciolti. Quando li scioglievo, nei momenti di intimità, coprivano il mio corpo nudo fin oltre le ginocchia. Avevo un bel corpo, e amavo scoprirlo fra i tendaggi della mia chioma.
Spesso i miei amanti ci giocavano, con i miei capelli. Li intrecciavano fra le loro dita, li pettinavano, a volte li baciavano. Stavo attenta che profumassero sempre di buono. Un pizzico di cannella, di cinnamomo e, soprattutto di inebriante mirra. Usavo degli oli aromatici per questo. Ero molto gelosa dei miei capelli, ma a volte, raramente, lasciavo che gli uomini li ungessero per me. Uomini molto speciali. Di cui potevo avere fiducia. Anche se solo per una notte.
Ero molto difficile.
Mi concedevo completamente abbastanza di rado. E spesso, il concedermi non coincideva soltanto con il sesso. Avevo altre priorità. Amavo il sesso, come qualsiasi donna con un pizzico di cervello, ma amavo immensamente di più molte altre cose.
I capelli erano la parte più intima di me. Può sembrare strano. In qualche modo, essi riconoscevano le mani sconosciute che li avvolgevano. Se non erano di loro gradimento, la mia nuca pizzicava in maniera sgradevole. Se invece provavano fiducia verso chi li toccava, parevano abbandonarsi a lui. All’amante perfetto. Si appesantivano, come fossero vivi, si scioglievano come nastri di raso fra dita poco più che estranee, e il mio stomaco languiva di piacere. I miei capelli erano l’anticamera del sesso, una prova che il mio cavaliere notturno doveva superare.
Come se io fossi stata vittima dell’incantesimo di una strega malvagia e maliziosa, che aveva trasformato la mia capigliatura in una gabbia dorata che, mio malgrado, mi imprigionava.
Era un’immagine che amavo molto. Un po’ ci credevo. Ecco perché non sopportavo le forbici. Da anni non mi tagliavo i capelli, stranamente crescevano sempre più forti, senza difetti, con un colore perfetto. Quello del miele appena raccolto. Erano la mia gabbia, ma anche il mio scudo.
Gli uomini lo notavano eccome! Mi soprannominavano invariabilmente Capelli d’Oro. E sognavano di poterli sfiorare, e, soprattutto di poterli osservare, almeno per una volta, sciolti. Bramavano di toccarli, consci del fatto che, quando li avessero superati, avrebbero raggiunto l’ultimo dei piaceri.
Mi stirai di nuovo, e sorrisi.
Quella notte la barriera era caduta diverse volte. Il mio cavaliere notturno aveva raccolto la sfida nei miei occhi, e alla fine aveva vinto. Aveva domato i miei capelli, che senza resistenza si erano arresi. Ed io con essi.
Era stato bello! La strega malvagia della mia immaginazione aveva capitolato, rendendomi disinibita, sensuale, accattivante.
Non ero fatta solo dei miei capelli. Oltre, c’era il meglio. Al cavaliere vincitore, donavo tutta me stessa. La gelosia per il mio corpo, che la chioma perpetrava a mio solo danno, cadeva. E volentieri donavo il mio intimo piacere. Quasi mi annullavo nel creare l’inimmaginabile nel corpo che mi stringeva. Mi rendevo onda, per ricongiungermi al mare. Mi rendevo piuma, per avvolgermi del vento delle passioni. Sapevo risvegliare, nel mio amante, sensazioni che non avrebbe mai neppure sognato. Sapevo danzare un ballo di pelle respiri carezze.
Donavo il mio intimo piacere, come ho detto. Ma mai il mio cuore. Mai. Non ci riuscivo. Era un’altra delle mie maledizioni. Ancor più raramente, infatti, mi innamoravo. Avevo disimparato. Ero diventata con gli anni impermeabile ai sentimenti. Per necessità. Perché spesso succedeva che il cavaliere mi sopraffacesse spezzando la mia barriera di capelli contro la mia, e la loro, volontà. E mentre la strega nella mia testa sghignazzava, io soffrivo per il contatto fisico subìto senza arrendevolezza, mi chiudevo nel silenzio, e aspettavo che tutto finisse.
Non c’era piacere nel mio corpo rubato.
C’era estasi nel mio corpo donato. In fondo, amavo gli uomini. Anche se più spesso di quanto potessi desiderare, mi facevano male. E se il mio cavaliere notturno era accettato dai miei capelli, cosa ero io per rifiutarmi? Allora, sapevo trasformarmi in una fata, e la strega cattiva era costretta a ritirarsi. E la fata iniziava a scoprirsi attraverso i movimenti del mio corpo che risplendeva del riflesso color del miele, inziava a cantare, attraverso i miei sospiri al profumo di cannella, iniziava di nuovo a donare piacere, attraverso la pienezza delle mie morbide forme.
I capelli si ritiravano, e le mani di lui potevano violarli, con dolcezza. Poteva arruffarli senza che si opponessero, e la mattina, al risveglio, incorniciavano il mio viso pieni di nodi. Quando erano pieni di nodi, non era detto che fosse stata la mia notte migliore. Ma poco importava, a volte. Era il mio destino.
Chi li avrebbe sciolti?
La strega ricominciò a ridere nella mia testa, mentre ancora rifiutavo di aprire gli occhi e alzarmi.
Mi cullavo nella mia favola personale, e mi smarrivo di nuovo. Il cavaliere notturno poteva ben domare il suo destriero, ma il suo regno era la notte, quella soltanto, l’alba poco spesso lo riguardava. I miei capelli, non gli servivano più. Aveva già ottenuto quello che c’era oltre.
Mi smarrivo, cercavo di cancellare la memoria quasi ogni mattina. Perché era triste abbandonare il cavaliere, che di notte era riuscito a conquistarmi. Donarmi completamente mi consumava l’anima, e a volte intaccava anche il mio povero cuore inaridito. Quel poco che la strega mi aveva lasciato, e che la fata non poteva nutrire.
Fata di notte, strega all’alba. Giorno dopo giorno, la trasformazione mi logorava.
Ma io, in fondo, ero sempre la stessa.
Intrappolata in una favola in cui mi ostinavo a credere, per affrontare la realtà.
Era tremendamente triste quando mi scioglievo i nodi da sola.
Spesso il cavaliere notturno, quello più gentile, più premuroso, più appassionato, non tornava una seconda volta.
Per questo, quella mattina, non volevo svegliarmi.
Se avessi aperto gli occhi, lo avrei visto. Il suo respiro vicino al mio collo si confondeva con la brezza che entrava dalla finestra socchiusa.
Le lacrime mi pungevano gli occhi. No, dovevo essere forte. Era soltanto un altro giorno. La notte avrebbe fatto tornare la fata dei capelli, se fossi stata fortunata. Altrimenti…
Avrei dovuto sopportare la strega, e pettinarmi da sola, stizzita, vuota, fino a farmi del male.
Feci una cosa che mi permettevo ancor più di rado. Allungai una mano e carezzai lievemente il suo viso. Lui si mosse. Forse lo avevo disturbato.
Era così bello… Il cavaliere più bello che avessi mai incontrato da molto tempo. Mentre mi faceva l’amore, il mio cuore tremava. Era stata una notte da ricordare.
Ma come sempre, all’alba il mio cuore si era indurito. Non mi facevo illusioni. Non sarebbe tornato una seconda volta. Aveva ottenuto tutto da me, come tanti altri.
Per questo, quando lui iniziò a muoversi, finsi ostinatamente di dormire.
Continuai a farlo anche quando lui, chissà perché, mi baciò leggermente la fronte.
Non mi mossi neppure quando lo sentii andare in bagno.
Quasi avevo reso apposta il mio respiro più pesante quando tornò in camera a vestirsi.
Non vacillai mai, fino alla fine.
Nemmeno quando lui sussurrò al mio orecchio ‘addio, Capelli d’Oro’.
Ed il mio cuore non tremò nemmeno un istante, quando sentii il fruscio delle banconote appoggiate sul comodino.
Il cavaliere notturno se ne andò silenziosamente dalla mia vita, ritrasformandosi in un semplice impiegato.
Ed io avrei iniziato un’altra giornata a cercare un nuovo cavaliere, da puttana quale ero, e avrei aspettato la notte per far emergere in superficie la fata che, lo sapevo, dormiva dentro di me.
A volte una favola può renderti sopportabile l’inferno di una vita miserabile.
Aprii gli occhi alla fine, afferrai il pettine di legno che tenevo sempre vicino, e iniziai a sciogliermi i nodi.
Ogni colpo di pettine, una lacrima versata.
Ogni nodo che lottava contro di me, un ricordo scacciato via.
E la strega, nella mia gabbia di capelli color del miele, rideva.