Luogo non luogo per lasciare impressioni, pensieri, emozioni.Per scambiare progetti, opinioni, sogni. Per immaginare quel mondo fantastico che ognuno si porta nel cuore.Talesa è un libro, ma anche un modo come un altro per farmi conoscere non solo come scrittrice, esordiente e ancora non conosciuta, ma anche come persona. Benvenuti a tutti quelli che passeranno di qui!!!
VI RIPROPONGO UN MIO VECCHIO RACCONTO, NATO DALLE RIFLESSIONI SCAMBIATE CON I MIEI GENITORI, CHE NARRA PARTE DELLE VICENDE SVOLTESI DURANTE L'ALLUVIONE DEL 4 NOVEMBRE 1966, A FIRENZE. UN MODO PER SDRAMMATIZZARE, CON LA CLASSICA E NOTA IRONIA FIORENTINA, I TERRIBILI AVVENIMENTI CHE STANNO INGINOCCHIANDO IL NORD ED IL CENTRO ITALIA. PER NON DIMENTICARE. E PER AVERE LA FORZA, SEMPRE, DI RIALZARSI, PUR NELLA DIFFICOLTA'. BUONA LETTURA E, SOPRATTUTTO, BUONA RIFLESSIONE!
L’ARNO FURIOSO
Nessuno si aspettava l’incubo che avrebbe di lì a poco sconvolto quell’anonima nottata di novembre. E più di una persona rimuginò sulle proprie colpe, non trovandole poi così gravi da giustificare la furia che si sarebbe scatenata contro di loro. Neppure i detenuti delle Murate, forse, erano tanto colpevoli. Ma questo non lo sapremo mai.
La serata era trascorsa tranquilla. I soliti film alla televisione, il solito Clint Eastwood con i suoi sceneggiati e i western, i telegiornali della Rai. Aveva piovuto molto, dalla fine di ottobre, ma era un fatto normale. Chi non ricorda un giorno dei Santi senza pioggia? Sembra un atto dovuto, nel giorno in cui ci si ricorda non dei Santi, ma dei Morti, e si vanno a trovare. Invece, il primo giorno di Novembre di quell’inverno, nel 1966, smise di piovere, e un cielo sereno inondò la ridanciana Firenze.
Durò poco, ritornò la pioggia soltanto il giorno dopo, e questa volta fu torrenziale, rovinosa, incessante. Gli umori della gente si rabbuiarono al pari del cielo, il sole si scordò di riapparire, e la preoccupazione iniziò ad affacciarsi a più di una mente.
C’erano i festeggiamenti per l’anniversario della vittoria della Prima Guerra Mondiale: le strade e le case erano tappezzate di tricolori. Il clima di eccitazione e distensione che ogni festa commemorativa porta con sé fece dimenticare la pioggia, divenuta solo un fastidio per la sfilata imminente. Però la pioggia non si dimenticò dei fiorentini, continuò imperterrita a scendere, e non perdonò. Colse gli abitanti della città nel sonno, per lo più. E per molti di loro, per le loro case, i loro averi, quando si svegliarono, fu troppo tardi.
Roboando, scalciando come un animale preso da una furia senza regole, l’Arno bussò alle porte fino a sfondarle. Nutrendosi di se stesso, gonfiandosi sempre più, trasformò le tranquille strade del centro, con i loro tricolori, in altri impetuosi affluenti.
Dopo lo sbigottimento iniziale, si alzarono le prime grida di panico. Grida di gente vestita solo del pigiama, a righe, marrone, o della camicia da notte ricamata a mano. Voci incoerenti, che si cercavano. Domande altrettanto incoerenti solo per sentirsi rispondere. Uomini e donne ancora vestiti di sonno e confusione, si precipitarono verso i piani alti delle abitazioni, sui tetti, sui solai, su ogni posto alto che avessero a disposizione, perfino i pali della luce. Non servivano a nulla, questi. Da qualche tempo la luce elettrica non esisteva.
Erano le quattro della mattina. Il fango accompagnava le ondate di acqua sempre più alte che colpivano le strade. Un inferno liquido tempestato di rami, residui del letto del fiume, suppellettili, persino i manichini delle sartorie più in voga, che galleggiavano come morti e per morti furono presi all’inizio, seminando il terrore, ruppe le spallette dei maggiori ponti, fermandosi con rabbia solo ai piedi del Ponte Vecchio, a cui si arrese. Il vecchio ristette fermo, un gigante forte e saldo sui suoi piedi, mentre gli orafi uscivano dal suo ventre con quanto oro erano riusciti a portare via.
Ma quella notte molte cose persero valore, molte altre ne acquistarono uno enorme.
Una donna anziana, scarmigliata e seminuda, incurante dell’acqua che saliva vorticosa fra le sue gambe, si precipitò giù per le scale raggiungendo il seminterrato della sua abitazione a Gavinana, soltanto per salvare le cravatte ‘bone’ del figlio, che aveva arredato lì la sua camera. Molte donne si lamentarono del loro corredo di nozze, andato in malora in pochi istanti, dopo anni e anni di lavoro instancabile di ricamo e cucito. E le foto! Il passato fu cancellato anche attraverso la perdita delle foto, e solo la memoria poteva essere da testimone a ciò che mille anime avevano vissuto.
Imbarcazioni improvvisate, con tavoli rovesciati, cassettoni, letti, furono prese d’assalto dai più coraggiosi che cercavano di fuggire altrove. Ma altrove dove? Verso zone che si reputavano più tranquille? Non esistevano, dappertutto c’era lo stesso rischio. Grida anonime si riversavano nell’aria cercando di superare il rumore assordante dell’acqua: “Qui ora si crepa! Qui si more!”.
Le grida si facevano sempre più pressanti, all’unisono con il rumore del fiume che attraversava il centro, indifferente all’umana sciagura che si consumava nel suo grembo.
“Il signore gli è arrabbiato con noi! Icchè gli s’è fatto?”, piangeva una fanciulla nello stesso momento in cui, lontano, in un altro inferno, le formelle dell’Alberti sbalzarono via dalle porte del Battistero.
I bambini piangevano perché avevano perso i loro giocattoli, i genitori tacevano invidiando quel residuo di leggerezza che ormai avevano perso per sempre, nel momento in cui perdevano la casa.
Non ci furono differenze sociali, quella lunga notte del 4 novembre. Tutti furono uguali nella malasorte, persino i detenuti delle Murate, fatti sfollare in tutta fretta dalla prigione di pietra tramutata in prigione di fango, e costretti a far del bene per una volta nella loro vita. E a molti piacque anche. Sapevano tuttavia che la prigione li avrebbe di nuovo accolti, una volta che tutto fosse finito, ma per il momento vissero della carità degli abitanti che avevano rapinato, picchiato, o peggio, e gliene furono grati. Non fuggirono, neppure uno, e un giovane ladroncello di appena venticinque anni perse la vita per salvare gli altri. Vennero accolti dai fiorentini, che erano rimasti senza più la testa per pensare.
Mentre il centro storico annegava e annaspava, con tutte le sue belle opere, tutti i suoi tesori e i suoi libri, ormai Santa Croce era scomparsa sotto il fango e i detriti, e la Biblioteca Nazionale aveva vomitato tutti i suoi tomi antichi, le ore scorrevano senza sostanza, contate e ricontate dalla gente abbarbicata sui tetti. Tutti quei poveracci, sporchi, affamati, coperti con abiti che spesso non appartenevano ai rispettivi padroni, ma afferrati all’ultimo momento da armadi galleggianti al secondo piano, dopo due giorni di lotta fattasi silenziosa, e di disperazione incolore, dopo due giorni a contemplare il fiume che scorreva sotto di loro, fu quasi con indifferenza che accolsero i primi elicotteri dei soccorsi, che portavano loro cibo e coperte. Ma fu solo per un attimo, quella indifferenza. Il giubilo scoppiò, il sollievo scacciò la paura perché la solitudine coatta era stata rotta, e adesso “e ci vengono a salvare, ell’era l’ora!”.
In un battito di ciglio fu come se tornassero la vita e il colore, nonostante il cielo grigio, quando videro arrampicarsi sulle acque i patini bianchi e i gommoni rossi sfavillanti dei bagnini della Versilia, che sfilavano portando speranza. Braccia amiche li accolsero, i vivi come i morti.
Poco dopo, le acque iniziarono a defluire, lasciando un tappeto limaccioso dietro di sé.
Firenze non esisteva più. Adesso c’era il fango da ripulire. Adesso c’erano i morti, per fortuna pochi, da seppellire.
Ci vollero sei giorni per tornare a una parvenza di normalità. Si fa per dire. Già sui marciapiedi infangati alcune donne vendevano la loro merce, bottoni, merletti salvati per miracolo, anche cibo, frutta secca, quello che riuscivano a racimolare. Furono consumate migliaia di frittelle di farina, perché era l’unica cosa che si trovava in giro.
Le grida di esasperazione furono trasformate in preghiere collettive, mentre persone che si credevano perdute si ritrovarono, o altre, che erano sicure di ritrovarsi, si persero. E, in tutti gli angoli delle strade, gli angeli del fango compivano la loro opera di solidarietà. Tutto il mondo si raccolse a Firenze, in quei giorni, e Firenze del mondo divenne figlia.
Il freddo si smorzò, oltre che dai corpi, anche dai cuori degli abitanti non più abbandonati.
Non ci furono rancori per le avvisaglie della tragedia ignorate, non ci furono rimostranze per l’indifferenza delle autorità. Non in quei primi giorni di rinascita, in cui si badava a ricostruire la fiducia nel futuro. Nuovi legami di amicizia e amore si crearono, per non dividersi mai più, perché la sofferenza forse lega più della felicità.
E quando finalmente tornò il sole, e le botteghe, i negozi, le trattorie di San Niccolò riaprirono i battenti, seppure un po’ invecchiati, provati dalla sofferenza come le persone, con le mura che ancora oggi portano il segno dell’Arno furioso, tornò anche l’ironia tipica dei ‘fiorentinacci’.
Sul portone di una trattoria, comparve il cartello: “Oggi specialità in umido”.
Ed è tutto vero, perché la donna anziana delle cravatte ‘bone’, era la mia nonna.