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Luogo non luogo per lasciare impressioni, pensieri, emozioni.Per scambiare progetti, opinioni, sogni. Per immaginare quel mondo fantastico che ognuno si porta nel cuore.Talesa è un libro, ma anche un modo come un altro per farmi conoscere non solo come scrittrice, esordiente e ancora non conosciuta, ma anche come persona. Benvenuti a tutti quelli che passeranno di qui!!!

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RACCONTO 'LA SIGNORA DELLA NOTTE'

TALESA MAMMA

 

 Affacciata sul balconcino, Siria si godeva l’aria fresca della sera. La brezza le si intrufolava fra i capelli, mentre la pelle dimenticava poco a poco il calore estivo sofferto per tutto il giorno. Le stelle splendevano, davanti al suo sguardo intorpidito dal sonno. Si sentiva particolarmente stanca, il letto la chiamava. Rientrò in camera, godendosi la sensazione del parquet sotto i piedi nudi. Un brivido di freddo si insinuò sotto il pigiama leggero. Sorrise tra sé. Anche in pieno agosto, trovava sempre il modo di sentirti intirizzita.

Le fu fin troppo facile entrare nel letto e coprirsi con il lenzuolo tirato fino al collo. Spense la piccola luce del comodino, e si accoccolò su un fianco, in attesa che il sonno la rapisse anche quella notte.

Non sapeva dire il perché, ma ogni volta che aspettava di addormentarsi, la coglievano pensieri inquietanti. Cosa sarebbe accaduto mentre lei dormiva? Si sarebbe risvegliata la mattina seguente? Oppure il sonno si sarebbe trasformato in morte? Come un mantra ormai familiare, si ripeteva queste domande senza risposta finchè, alla fine, all’improvviso come sempre, il sonno la ghermiva, senza che lei potesse cogliere nella coscienza l’attimo stesso in cui scivolava nell’oblio di una notte.

Quella sera, il mantra sembrava non voler terminare mai. Siria non riusciva proprio a prendere sonno. Si rigirava nel letto. E si aggrappava al lenzuolo come a volersi proteggere da ciò che la divideva ancora dal mattino. Improvvisamente il buio della sua stanza si fece minaccioso. Sbirciò verso la finestra semichiusa. Lo svolazzìo leggero della tenda rivelava il luccicare lontano ed eterno delle stelle. Si attaccò a quell’eternità, dandosi della stupida per quel senso di inquietudine che non aveva ragione di essere.

Sbuffò, rigirandosi ancora. Ignorò la sensazione di ghiaccio che assalì il suo cuore, imponendosi di non cedere alla suggestione. Ormai viveva da sola da più di un anno, era abituata ai rumori del legno che si dilatava e schioccava forte, o a quello della strada. Era al sicuro. Riempiendosi di questa convinzione, si raggomitolò, un po’ più tranquilla. Si augurò di sognare.

Amava i sogni. Spesso erano molto vividi, quasi reali. Sulle loro ali avrebbe viaggiato verso l’alba.

Chiuse gli occhi. L’incoscienza l’afferrò con le sue mani impalpabili, cancellando ogni timore. A Siria sembrò di cadere in un abisso infinito, nel momento in cui il dormiveglia si trasformava in sonno.

Cadeva cadeva… Una discesa senza fine. Per un attimo fu lucidamente cosciente di questo, e si sentì persa. Le sembrava di galleggiare in un cielo nero senza stelle. Il suo corpo non aveva peso. Non era una discesa incontrollata, piuttosto le sembrava di essere trasportata da un lieve refolo di vento verso terra.

Siria iniziò a distinguere qualcosa. Dall’alto, vide un’enorme costruzione… Sembrava di osservare dal vero la pianta architettonica di una chiesa. All’inizio non comprendeva il perché di questa sensazione, poi capì. Stava scivolando verso il centro di una chiesa senza soffitto. La struttura a croce si avvicinava sempre più.

Un salto, un lampo accecante. Poi la discesa terminò.

Antiche pareti di pietra diroccate la circondavano. Il rosone della navata centrale sembrava prendere vita, l’orbita vuota di un occhio malvagio puntato su di lei, a scrutarla. Siria si sentì schiacciata dall’imponenza di quella chiesa. Era una cattedrale. E il fatto che fosse diroccata, abbandonata, forse da tempo sconsacrata, la rendevano davvero mostruosa.

Siria rabbrividì nel suo pigiama corto. Si guardò intorno, alzandosi con circospezione. All’interno della cattedrale il pavimento aveva ceduto, lasciando il posto a un manto sconnesso di pietre smussate ed erbacce. In alto, le stelle imponevano la loro esistenza, imperturbabili e indifferenti, e rendevano quel luogo più concepibile.

Che razza di posto era quello?

La sensazione di realtà era così forte che la ragazza dubitò per un istante di trovarsi in un sogno. Percepiva il suo corpo come quando era sveglia. Si avvicinò a una parete, toccò la fredda roccia. Indubbiamente era reale. Ma come aveva fatto ad arrivare laggiù? Mentre cercava di ragionare, un brusio lontano catturò la sua attenzione.

Sembrava un gruppo di persone che cantava. Un canto lugubre, dalla melodia monotona. Un mantra ripetuto all’infinito. E si avvicinava. Siria si voltò verso la fonte del rumore, e scorse un’ombra solcare l’entrata della chiesa. Mentre si avvicinava, l’ombra si definiva, più buia del buio cielo. Minuscoli punti tremolanti di luce, probabilmente candele, disegnarono la sagoma di forse una dozzina di persone. Sembravano indossare dei lunghi mantelli neri, e parevano muoversi come se non posassero i piedi a terra. Oltre il canto sussurrato, nessun altro rumore li accompagnava.

Siria, in piedi, sola al centro della struttura scheletrica, alle spalle i resti di quello che sembrava un vecchio altare di marmo, indietreggiò lentamente, cercando una via di fuga. Non c’era.

Quelle figure ammantate procedevano verso di lei, inesorabili.

Uno stormo di pipistrelli sorvolò in cerchio la cattedrale, il loro stridìo ferì le orecchie della ragazza. Allo stesso momento, il canto si zittì. Le figure misteriose erano a due passi di distanza da lei, e non si spiegava come avessero fatto a raggiungerla in un battito di ciglia.

Erano undici. Con un perfetto sincronismo, abbassarono il cappuccio che copriva i loro volti. Non un suono solcava l’aria. Perfino i respiri erano trattenuti.

Siria sussultò alla vista di quegli sconosciuti. Sei uomini, cinque donne, schierati in semicerchio attorno a lei. Bellissimi. Occhi freddi. Pelle candida. Capelli lunghi. Una candela stretta in una mano, l’altra mano posata lungo il fianco. I mantelli neri non si muovevano, nonostante tirasse vento. Siria era talmente paralizzata dalla paura che non riusciva neanche a distogliere lo sguardo. La fissavano, con curiosità, con aspettativa. Una parte di lei si sentiva terrorizzata da quelle persone, l’altra parte ne era terribilmente attratta.

È soltanto un sogno, fra poco mi sveglierò, si ripeteva nella mente. Ma i pensieri le risultavano pesanti, la mente era offuscata, mentre lo sguardo degli sconosciuti indagava dentro di lei.

Forse non erano sconosciuti. Forse li aveva già visti in qualche sogno precedente, che si era volatilizzato nell’incoscienza. Si sentiva come ipnotizzata, mentre una parte della sua anima prendeva il sopravvento. Siria avvertì dentro di sé una perfetta copia di se stessa, più oscura, più coraggiosa. Più sensuale. Sollevò una mano verso le splendide creature che aveva davanti. Non le temeva più. Era consapevole che non volevano farle del male. Anzi, erano lì per farle un dono.

Come sapeva tutto questo?

Una voce nella testa, la sua voce, ma più roca, le parlava. La tranquillizzava. Non è un sogno, le diceva, la tua vita fino a questo momento è stata un sogno, adesso stai vivendo la realtà. Tocca la conoscenza, continuava, tocca la verità.

Un’improvvisa sensazione di calore la invase.

Un guizzo nel suo campo visivo, come uno sdoppiamento, e in un istante le mani di tutte quelle persone toccavano la sua. Era una sensazione inebriante. Era come se si sentisse per la prima volta davvero viva. Ogni sensazione che provava era amplificata, la vista più acuta, l’udito più fine. Era quella la sua vita. Era con loro.

Li riconobbe. I loro nomi colpirono la sua mente come uno schiaffo. Adesso era lucida. Vedeva Maari, Alcu, Isla…. Loro erano i discepoli, lei la loro signora. La nera signora che si era finalmente svegliata, ed era tornata lì per ricevere l’onore dovuto.

Il suo corpo adesso era coperto da un mantello di seta rosso come il sangue. I suoi capelli erano neri come la pece, acconciati attorno ad un diadema dorato, che brillava alla luce delle candele.

Uno dei discepoli, l’unico che adesso le teneva la mano, sorrise.

‘Mia amata, sei tornata, dunque’.

La sua nuova voce uscì dalla mente e parlò, liberandosi argentina nell’aria fredda della notte. Il suo corpo bruciava.

‘Deanra, mio sposo…’.

La verità fulminò la sua coscienza. E rise, felice, e i suoi discepoli risero con lei.

Intonarono un canto di gioia, a cui si unì anche lei. Conosceva alla perfezione le parole che poco prima le erano sembrate senza senso. Conosceva alla perfezione quel motivo che prima le era parso monotono.

Il semicerchio si allargò, si ricompose in un cerchio chiuso, Deanra era al suo fianco, lo sguardo di ghiaccio che l’adorava. Si baciarono, mentre il canto continuava in ondate attorno a loro.

Non era mai stata baciata così.

No, non era corretto. Era un’eternità che Deanra non aveva potuto baciarla in quel modo. Intrappolata in un sogno non suo per tanto tempo, assaporava la sua vera esistenza. Baciava Deanra sul collo, mentre lui mormorava il suo nome. All’inizio non lo comprese. Poi, anche quello tornò a galla. E il riconoscimento di se stessa fu completo.

‘Airis, Airis’, mormorava Deanra.

‘Airis, signora della notte, regina’, mormoravano con deferenza gli altri.

Galleggiava in una vertigine di voluttà. E non si sorprese quando, con estrema delicatezza, e con intenso piacere, affondò i suoi denti affilati nel collo bianco del suo amore.

L’uomo sospirò di piacere, mentre Airis assaporava il sapore metallico del suo sangue. Sapeva quando fermarsi per non nuocergli. Bastava un momento per raggiungere l’estremo piacere. Con gli occhi socchiusi, la nera signora vide che anche le altre coppie si succhiavano reciprocamente il sangue. Sospiri languidi quasi impercettibili attraversavano le pareti diroccate attorno.

Anche Deanra adesso succhiava il suo sangue. Ondate di caldo e freddo, di vita e distruzione, la percorsero. Non seppe come, né perché. Un altro guizzo, e adesso erano tutti nudi, immersi nel piacere. Si trovava in bilico fra lo svenimento e la rinascita, era quello che aveva sempre desiderato.

Raggiunto il limite concesso, Airis ritrasse i denti dal collo del suo uomo, e così fecero gli altri. Accarezzò il corpo del suo amore ritrovato. Erano distesi sul pavimento sconnesso, abbracciati teneramente. I loro corpi erano gelidi, ma ciò non la feriva, amava il freddo. Ricordava che anche nel sogno era sempre intirizzita. Adesso sapeva il motivo.

Diadema e mantello erano abbandonati al suo fianco. Deanra era dentro di lei, una sensazione sublime che non aveva niente a che vedere con ciò che a volte provava nel sogno. Si sentiva completa, amava alla follia quell’uomo. Era suo, non voleva lasciarlo mai.

Adesso erano di nuovo teneramente abbracciati, a guardare le stelle.

‘Deanra’, sussurrò la signora della notte.

‘Sì, mia regina’, rispose l’uomo. ‘Quanto mi sei mancata. Dove sei stata?’

Airis sospirò. ‘Non lo so, ero intrappolata in un sogno, in un altro corpo… Non voglio tornarci, ho paura che se mi addormento dovrò lasciarti di nuovo…’.

Lacrime di dolore solcarono il suo viso freddo. Accarezzava il volto di Deanra. Sapeva che altre persone erano con loro, ma non le interessava, ora. Aveva appena bevuto il sangue del suo amato, e ciò le dava molta forza. Aveva provato la più sublime delle comunioni fisiche, il più perfetto dei sacrifici. Era la signora della notte, lei poteva tutto.

Il suo corpo era freddo di morte, ma il suo cuore ardeva di passione, di vita.

Tuttavia…

‘Ho paura, Deanra’.

‘Di cosa?’

‘Di non poter rimanere’.

Deanra sorrise. Si rialzò lentamente.

Un guizzo, un altro sdoppiamento del campo visivo.

Adesso erano tutti vicini, con addosso i loro mantelli. Al centro del cerchio giaceva una ragazza addormentata, coperta da un leggero pigiama. Tremava.

‘Sai cosa fare, Airis’, mormorò Deanra. ‘Rimarrai con me per sempre, devi solo compiere l’atto definitivo’.

Airis annuì. Non sapeva cosa avrebbe portato l’alba.

Odiava l’alba, perché qualcosa andava sempre storto, da un’eternità ormai. Ma un  giorno…

Aveva un coltello fra le mani, l’aveva sempre conservato tra le pieghe del suo mantello rosso. Si avvicinò alla ragazza che dormiva. Le ricordava vagamente il suo sogno. Sapeva che era colpa sua. Di tutto. Che figuretta insignificante…

Sollevò il coltello, mentre si chinava verso la ragazza.

Un attimo. Un guizzo di luce.

Affondò il coltello nel cuore palpitante della sconosciuta, e affondò parimenti i denti nel collo scoperto. Fuoriusciva sangue dal petto, e Airis beveva il sangue succhiato dal collo. Bevve, bevve fino a saziarsi, finchè non sentì la vita abbandonare quel corpo seminudo.

Il suo volto, le sue mani, erano imbrattate di sangue, ma il suo sorriso la rese di nuovo pura. Deanra le porse una mano per aiutarla ad alzarsi.

‘Resterai con me, amore della vita e della morte’.

Airis si strinse al suo petto. Per quella notte aveva ritrovato la sua vita.

Il corpo della sconosciuta iniziò a sussultare ma nessuno badava più a lei. Era una notte di gioia, la regina dei vampiri, la signora della notte, era tornata a casa.

La ragazza insanguinata urlò. Le figure ammantate si girarono di scatto per poi sparire.

Siria si dibatteva nel letto, preda di un terrore profondo. Il lenzuolo premeva su di lei come un sudario, un velo di sudore appiccicaticcio le premeva il pigiama addosso. Avvertiva la sensazione di essere prigioniera, si sentiva infinitamente stanca. Gridava, gridava in preda al panico. Era viva? Era morta?

Il buio la opprimeva, non riusciva ad aprire gli occhi. Quando ci riuscì, si rese conto con enorme sollievo di essere nella sua camera.

Le luci dell’alba penetravano dalla finestra semichiusa.

Bene, era stato solo un sogno.

Però…

Ancora intontita dall’incubo, Siria si sorprese a pensare a quanto era stata bene, prima di morire. Prima di essere aggredita da quella… Airis? Una fotocopia inquietante di se stessa. Quanto più bella di lei… E lui? Come si chiamava?

Stupita, fissava il soffitto. Un pensiero in sospeso…

Poi, scoppiò a ridere.

Che stupida, dannazione, che stupida!

Airis… Deanra… Siria, Andrea….

Sì. Andrea, il suo fidanzato di sempre. Che scherzi divertenti possono fare i sogni!

Tuttavia, un senso di freddo non voleva lasciare il suo cuore.

Pochi minuti dopo, Siria usciva dalla doccia con la mente sgombra, perfettamente lucida. Aveva un po’ di freddo, ma per lei era normale.

Ritornava spesso al sogno. Amava i sogni. I suoi. La lasciavano sempre così… viva.

Una nuova giornata era appena iniziata. Mentre si vestiva, Siria pensava che la sua Airis e il suo Deanra erano molto più interessanti di quanto non lo fossero i loro corrispettivi nella vita reale. Sorrise pensando a quando avrebbe raccontato cosa aveva fatto con il suo uomo nel sogno.

Magari avrebbero potuto metterlo in pratica…

‘O mio Deanra…’, mormorava tra sé pregustando il suo prossimo incontro con Andrea.

Scosse la testa. Raccolse le sue cose in fretta, era già in ritardo.

E pensare che la notte prima dubitava anche del fatto che si sarebbe svegliata la mattina dopo!

Si dette un’occhiata veloce allo specchio vicino alla porta, e uscì.

Era già fuori in strada, quando Airis sorrise al di là dello specchio.

La signora della notte sarebbe tornata molto presto. Aveva fallito anche quella notte, purtroppo. Ma avrebbe resistito, avrebbe continuato la sua opera di distruzione. Una piccola goccia di sangue imporporava il suo labbro inferiore come un rubino incastonato. La leccò, assaporandola con gusto.

Un guizzo, un sussulto improvviso. E Airis sparì, lasciando un minuscolo spazio all’esistenza della piccola, fragile Siria. Come ogni notte, sarebbe tornata da lei. Come ogni notte, l’avrebbe sacrificata per preservare la sua vita nella morte. E finalmente, si sarebbe ricongiunta per sempre con il suo amato Deanra.

Finalmente, una mattina, Siria non si sarebbe più svegliata.

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