Luogo non luogo per lasciare impressioni, pensieri, emozioni.Per scambiare progetti, opinioni, sogni. Per immaginare quel mondo fantastico che ognuno si porta nel cuore.Talesa è un libro, ma anche un modo come un altro per farmi conoscere non solo come scrittrice, esordiente e ancora non conosciuta, ma anche come persona. Benvenuti a tutti quelli che passeranno di qui!!!
Qual era la vita che sognavo da bambina?
In realtà, da bambina non ti preoccupi di cosa farai, di chi sarai, da grande. Il ‘da grande’ è un’entità misteriosa, ingombrante, lontana, che non ti riguarda. E d’un tratto … ti ci trovi nel mezzo, senza sapere che fine abbiano fatto gli anni passati.
Adesso sono grande. Senza dubbio.
Sto per sposarmi, penso ad avere un bambino, ho un lavoro stabile.
Ho pure scritto un libro!
E allora, sorrido dentro di me, perché mi ricordo che da bambina non sapevo fare altro che scrivere.
Diari, forse. Racconti, anche. Inventando, sempre. Pensando, mai.
Per me quella non era una passione, era un’esigenza, che negli anni avevo perduto.
Avevo sempre pensato che gli scrittori, i poeti, i narratori, ma anche gli artisti in generale, che dipingono, che scolpiscono, trovassero la loro fonte massima d’ispirazione nell’amaro della vita. I poeti maledetti erano così. Molti pittori, mi viene in mente Van Gogh, morirono pazzi, o in miseria. Mozart, il grande genio musicale, morì solo e indebitato. Ergo, pensavo che se non avessi mostrato neanche una vena di pazzia nel mio sangue, non sarei mai riuscita a combinare nulla in campo artistico. Era sbagliata la premessa. Pensavo che gli scrittori fossero pazzi, infelici, ingordi, peccatori, egoisti.
Ripeto, era sbagliata la premessa. Perché, infatti, nel periodo più buio della mia vita, proprio allora, ho smesso di provare gusto a scrivere? Scrivere non mi tranquillizzava, affatto!, perché nelle parole si rispecchiavano tutte le cose che non andavano bene nella realtà. I diari mi rimproveravano ritraendomi come non volevo vedermi, come non volevo essere. E, adesso che sono nel bel mezzo di quello che da piccola chiamavo ‘da grande’, ho avuto la capacità di scrivere Talesa. Ho recuperato una cosa che da piccola mi veniva naturale, ho riscoperto il dono dello scrivere per me stessa, perché mi piaceva quello che traspariva dalle parole che scrivevo.
E mi sono resa conto di una cosa: quando ero piccola, da grande volevo essere felice.
Amare. Avere una famiglia.
Godere della vita. Vederne sempre i lati positivi, anche se tutto sembra crollarti addosso.
Ho confuso il genio di certi artisti con una cosa più al mio livello di persona normale: l’accettazione di se stessi. Non potrò mai essere un genio, sono troppo catapultata nel ‘da grande’, adesso. Ma posso accettarmi.
Adesso che vedo tutto da una prospettiva diversa, lo scrivere è tornato prepotente. Non sotto forma di diari, perché scrivere un diario per uno scrittore è la cosa più semplice di questo mondo, fidatevi. Sono andata oltre. Creando delle storie, plasmando una realtà parallela. Abusando del potere dello scrittore, quello di inventare ad oltranza. Senza limiti. Senza paletti.
E adesso questo è quello che penso: per scrivere, o meglio, per godere dello scrivere in se stesso, devi essere serena, tranquilla. Devi recuperare quella dimensione infantile che ti faceva ignorare quello che sarebbe successo domani. Non dico che, adesso che sono ‘grande’ e ho raggiunto una certa stabilità ( mentale, economica, sentimentale, o, chiamiamola con il suo nome, la felicità) devo fregarmene. La vita è un impegno fortissimo, è piena di responsabilità. È implacabile, non ti dà mai tregua, non le puoi sfuggire. Ogni giorno di più è tutto questo. Ma sento di dover essere anche un po’ scanzonata. Infantile.
Talesa è un mio peccato infantile. Ciò che inseguivo da piccola, con le mie storie piccole, ma senza le capacità cognitive che ho adesso.
Senza ciò che da piccola non sapevo nominare, ma neanche comprendere, il ‘da grande’.
Non so se la mia carriera, ancora in fasce, avrà un seguito. Probabilmente si, impassibilmente no.
Avrò successo? Più facile di no.
Ma amo Talesa, come, da bambina amavo le favole.
In realtà, le amo ancora oggi, le favole. Sono un rifugio.
Ma non per sfuggire alla realtà, o ancora peggio, a me.
La mia vita è bella, piena di gente bella e cara, di esperienze belle. È serena.
Perché, ecco il grande segreto, andando oltre l’infanzia, ma recuperandone le gioie spensierate, oggi, per la prima volta nella vita, mi sono accettata. Come se fossi cresciuta tutta insieme, come se quel ‘da grande’, da dato anagrafico, fosse diventato un dono inaspettato.
Talesa, nella sua trama e nei suoi intrecci, è il frutto di questa accettazione ritrovata.
Solo per questo, solo per ciò che Talesa rappresenta per me, ho già vinto.
Cosa? L’accettazione di me stessa, il rischio preso contro me stessa, l’impudenza di andare oltre.
Non bisogna mai sottovalutare i torti che la vita ci dà.
Bisogna però gioire dei doni inaspettati, che, a volte, ma per fortuna, regala.